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Io, me stesso... e altre cose

Io, me stesso… e altre cose

Il Silence affronta ancora una volta una tematica sociale, il disagio mentale, aggiungendo un altro tassello al suo lavoro di ricerca sui problemi contemporanei.

Lo spettacolo nasce dai testi di un gruppo di persone che vivono il disagio psichico e si incontrano in un laboratorio di scrittura, sentendo il desiderio e la necessità di raccontarsi. Testi preziosi, intimi a cui gli attori si avvicinano con discrezione, consapevoli che a quelle righe, a quelle pagine sono affidati ricordi, pensieri, emozioni piene di fatica, di angoscia, di sperdimento, ma anche di speranza e di riscatto. Ombre destinate a confondersi e a confondere, grazie alla scrittura e al teatro, diventano tracce, orme visibili. Gli attori si avventurano in questi territori sconosciuti e dolorosi, consapevoli che il silenzio è come una ragnatela tessuta filo a filo che può invischiarti, e solo al di fuori dal silenzio (e dalla paura e dalla vergogna) le cose riacquistano una più giusta proporzione.

Lo spettacolo non sviluppa una compiuta trama drammaturgica; non racconta una storia, ma tante storie, frammenti di esistenze, enigmi di personalità, pensieri, sogni, desideri. E’ un viaggio nei meandri della mente e del cuore; è il tentativo di dare un senso a quell’abisso spaventoso e magnetico che c’è in ogni persona, alla vertigine dell’esistere e del vivere.

In uno spazio vuoto, svincolato dalla realtà, occupato solo da sedie, entrano gli attori vestiti di scuro, si siedono e in questa situazione di attesa ha inizio un rito che, nella sobria partitura gestuale, scava nelle emozioni, nei desideri, nei sogni. Parole, gesti, movimenti diventano un’esperienza collettiva, universale e come tanti Astolfo ariosteschi gli attori riconoscono anche le loro perdute ampolle di saggezza.

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